Non si è smesso di rubare, si è smesso di vergognarsi
- Barbara Giardiello
- 18 dic 2014
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Nel pool di Mani pulite era noto come dottor sottile.
Piercamillo Davigo, oggi Consigliere della Corte di Cassazione, risponde in un’intervista al logico quesito postogli da Gad Lerner: ‘Perché in Italia ad un alto tasso di corruzione non corrisponde un adeguato ed equivalente tasso di ripulsa, di indignazione cittadina?’. La prima motivazione che il Consigliere adduce è la rassegnazione. Dopo una vana speranza posta nel fronteggiamento e nella risoluzione della piaga politico-sociale tra il ’92 ed il ‘95, il cittadino si sarebbe assuefatto, come stordito dalla rassegnazione. Sino al ’92 il popolo italiano, pur immaginando l’elevato contagio di corruzione, non aveva consapevolezza della gravità di diffusione del fenomeno. Dal ’92 si è lacerato il velo dell’ipocrisia, con la variante che non si è smesso di rubare, ma solo di vergognarsi. Mentre negli Stati Uniti v’è una rigida severità di pene, che vede in carcere anche gli evasori fiscali, in Italia prima del provvedimento di sfollamento delle carceri erano solo 11 i colletti bianchi detenuti per reati di corruzione. In pratica siamo un paese che invita alla corruzione, perché i colletti bianchi sanno che non pagheranno per i loro reati o che, se lo faranno, avranno trattamenti di riguardo. Dal 1995 al 2010 l’attività principale della politica non è stata quella di rendere più difficile la corruzione, ma più complicate le indagini ed i processi in materia di corruzione, tanto che abbiamo in media un numero di condanne paragonabili a quello della Finlandia, oggettivamente uno dei paesi meno corrotti al mondo. Equivalenza che fa sorridere, considerando che dall’ultimo rapporto dell'Ong Trasparency International, nella percezione della corruzione nel settore pubblico l’Italia si pone al 69° posto. Peggio, dunque, di Ghana, Cuba, Arabia Saudita ed allo stesso livello della Romania. Seguita solo da Bulgaria (77°) e Grecia (80°), è preceduta a grande distanza da Francia (17°) e Germania (12°). Ciò significa che la corruzione è talmente diffusa e radicata da esser considerato un vantaggio per tutti che resti latente e non punita.
Volgiamo ora lo sguardo al più eclatante dei recenti scandali politico-mafiosi: Mafia capitale. Il collegamento con altri settori e regioni è immediato, perché la corruzione che tesse il malaffare allunga le sue spire come una piovra in ogni dove. I mercati e gli sfruttamenti sulle classi più deboli sono inevitabili, tanto da considerare gli immigrati un ottimo affare, assai più redditizio della droga. Persone disperate cui viene sottratto il diritto di usufruire di ciò che per legge questo Stato vorrebbe/dovrebbe riconoscergli sono lasciate a vivere come sorci in strutture fatiscenti, mentre c’è chi gonfia le proprie tasche ed i propri conti senza pudore. E senza vergogna. Così come gli appalti di bonifica affidati ad una ditta della rete di Carminati e ad altre aziende sotto inchiesta, in quel triangolo che ha fruttato milioni di euro a criminali di ogni rango e che è destinato a generare morte per molto tempo ancora, lì dove c’è la silente connivenza di una politica che nega evidenze e statistiche. La Terra dei Fuochi, sempre innegabilmente appetibile per chi aspira alla speculazione sulla vita. La corruzione, però, non è una prerogativa solo dei potenti, di chi ha mezzi per agire, per comprare, per rubare. Ne esiste anche una forma più povera, di misero accaparramento di vantaggi, nella lotta per la sopravvivenza. Diritti barattati come favori. E capita dunque che il comune, indistinto, anonimo non potente si venda nella speranza di un favore, della raccomandazione per il posto di lavoro del proprio figliolo, della promessa di una casa popolare in una graduatoria non rispettata. La corruzione è parte della forma mentis italiana, duole dirlo, duole persino immaginarlo, ma è il cancro primo che occorrerà estirpare per tornare ad essere un popolo dignitoso, lì dove la dignità implica indignazione, reazione, riappropriazione.
Barbara Giardiello