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Decreto Regione Lazio sulla legge 194/78

  • Barbara Giardiello
  • 26 giu 2014
  • Tempo di lettura: 2 min

Nel 1978 il Parlamento italiano approvò la legge 194/78, più comunemente conosciuta come legge sull’aborto. Gli aborti clandestini all’epoca venivano stimati in oltre 250.000 all’anno. In epoca fascista non solo l’aborto, ma anche la contraccezione era considerata un delitto contro la stirpe. La donna poteva essere imputata del delitto di aborto e ciò non poteva che favorire il ricorso agli aborti clandestini, agli speculatori della salute psicofisica delle donne che effettuavano interruzioni di gravidanza in ogni condizione. Troppo spesso non ci si poteva permettere di pagare le esorbitanti parcelle ai cucchiai d’oro (come venivano definiti i medici che praticavano l'aborto clandestino), pertanto si ricorreva ad abortisti improvvisati che, in assenza totale di sterilità, esponevano le donne ad alto rischio di setticemia. Una volta malate queste non potevano recarsi nelle strutture ospedaliere per il timore d’essere scoperte e morivano nelle loro case.

L’introduzione dell’aborto legale, su richiesta entro i 90 giorni dall’ultimo ciclo mestruale, sembrava porre fine a questo massacro.

Poi sono subentrati in quantità sempre crescente, tutelati da una ridicola facoltà di scelta, gli obiettori di coscienza. Oggi se ne contano 7 su 10 medici praticanti ed è soprattutto grazie all’azione dei volontari che il sistema sanitario che opera nel settore del diritto di scelta alla IVG (Interruzione Volontaria di Gravidanza) non è imploso.

Un recente decreto della Regione Lazio, una delle più colpite dal fenomeno con circa il 90% di medici obiettori di coscienza, apporta una importante rivoluzione all’interno dell’interpretazione della legge e della sua applicazione. Nicola Zingaretti, governatore della Regione, finalmente da una importante svolta al ruolo del sanitario, ai diritti delle assistite ed ai limiti che la legge 194/78 prevede: il medico ha il dovere di assistere e di informare. Un ginecologo non può e non deve opporsi a richieste di certificati per aborto, a prescrizioni per contraccettivi, anche post-coitali. La legge prevede che la sua obiezione si applichi nell’interruzione materiale di una gravidanza, non certo nell’informare o assistere le sue pazienti all’interno dei consultori familiari di cui è dipendente. Questo decreto è un esempio di grande intelligenza, civiltà e vicinanza alle donne, oggi nuovamente abbandonate ad un percorso assai difficile che pare riguardi solo loro. Per quanto probabilmente complesso, inviterei lo stesso governatore Zingaretti a richiedere l’asportazione di qualsiasi materiale anti-abortista dai consultori. Volantini shock del movimento per la vita (ricordo la cosiddetta bacheca degli orrori di Jesi - Marche, sulla quale fu esposto un volantino fotocopiato con immagini fetali ed il seguente testo: ‘Vedevo il barattolo riempirsi del mio bambino fatto a pezzi’), declamazioni di Ave Maria intonate in gruppo fuori da ospedali e consultori non sono altro che l’espressione di macumbe, fondate sull'assenza di rispetto verso il libero arbitrio, la sensibilità e la sofferenza del mondo femminile.

Ed invito naturalmente ogni altro governatore a seguire il suo esempio, per quanto la mia fiducia nell’intelligenza dei nostri amministratori sia piuttosto carente. Barbara Giardiello

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