Ciro
- Barbara Giardiello
- 25 giu 2014
- Tempo di lettura: 1 min
In punta di piedi e con riservata delicatezza azzardo una breve riflessione sulla tua prematura, ingiusta e tragica scomparsa, Ciro.
Sei morto perché l’istinto del napoletano perbene (ed i napoletani non sono tutti perbene, esattamente come non lo sono tutti i romani, i milanesi, i torinesi, i fiorentini, i veneziani…) è irrefrenabilmente quello di intervenire a favore di chi ha massima, urgente, critica difficoltà. Sei morto perché questo Stato ed i suoi tutori hanno la tendenza a piangere i suoi cittadini, non a proteggerli. E le responsabilità di quelle morti non vengono mai scontate. Sei morto per il perverso circuito di violenza che si è innescato all’interno dello sport più amato e diffuso al mondo e che, invece di unificare le genti fortificando corpo e anima, semina distanza ed odio. Sei morto per la dilagante follia del genere umano che, con sempre maggiore frequenza, decide della vita e della morte altrui, con la medesima faciltà di un videogioco. Sei morto per l’entusiasmo che anima milioni di giovani supporter, che partono per sostenere la loro squadra del cuore e talvolta, per fortuna raramente, non tornano più.
Nella convinzione che la tua morte non abbia alcuna attinenza con una ormai consolidata ‘storia razziale’, in questo frangente leggo con un certo fastidio riferimenti a logiche meridionaliste, corriamo il rischio di macchiarci di un odioso, vecchio, polveroso vittimismo che non amo.
Che la tua morte possa indurre alla riflessione, alla responsabilità, alla fraternizzazione, al rispetto. Buon proseguimento di viaggio, Ciro.
Barbara Giardiello
