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Perché gli uomini non reagiscono?

  • Barbara Giardiello
  • 19 giu 2014
  • Tempo di lettura: 2 min

Ho sempre sostenuto di non poter essere inglobata nel generico elenco di caratteristiche tendenti a riconoscere la donna. Non mi riscontro indistintamente in esse, non mi ci sento totalmente affine, non prediligo taluni comportamenti, non ne condivido taluni altri. Con ciò, però, non posso negare che tutte noi abbiamo delle peculiariatà che ci contraddistinguono per il solo essere geneticamente cromosoma x.

Discorso analogo credo possa esser fatto per l’altra metà della mela, che si differenzia da noi donne per struttura comportamentale e mentale, per emozionalità, sensibilità, forza fisica e caratteriale, passioni. Nel corso dell’evoluzione (a volte purtroppo involuzione) storica delle società, l’impronta genericamente patriarcale ha lasciato spazio a piccoli varchi per la figura femminile in campo lavorativo, senza però mai raggiungere l’auspicato livello di parità ambìto dalle donne. Nei settori interpersonali (e dunque nei rapporti di coppia), negli ambienti più propriamente sociali e familiari la donna ha scardinato con più difficoltà quella condizione di subalternità ancestralmente sua. La società dei consumi, l’idolatria dell’immagine come mezzo di facile acquisizione di ogni bene hanno poi enfatizzato il culto del corpo e dunque la mercificazione delle proprie nudità (sovente la mercificazione del corpo stesso). Infine l’acquisita, talvolta apparente sicurezza sessuale (ed anche sulla diversità del piacere tra i generi si potrebbe disquisire a lungo) ha destabilizzato il maschio, sino ad ieri abituato ad una donna-oggetto, atta al soddisfacimento dei suoi piaceri, senza pretese. Osservando in modo più analitico la società italiana, vedremo che è tendenzialmente composta di anziani, cioè di persone educate secondo vecchie concezioni che non riescono ad adeguarsi a certe anomale trasformazioni. Anziani che hanno cresciuto figli maschi secondo certi valori e che se avvicinati per parlare di violenza sessuale o di femminicidio, nella maggior parte dei casi cercherà (a prescindere dal sesso di appartenenza) di addurre colpe alla vittima, sospettando comportamenti non decorosi, assenza di osservanza al proprio dovere coniugale, mancanza di accudimento casalingo e manifestando comprensione per chi ha compiuto l’atroce crimine. In questi giorni le cronache nostrane sono trafitte da omicidi ancora più efferati: non solo la coppia, la famiglia viene vissuta come gabbia e non soddisfa il pensiero della fuga, perché la gabbia mentale permarrebbe. Mogli, compagne, amanti, ma anche figli indifesi travolti dall’irresponsabile leggerezza di chi sente di poter controllare la vita e la morte. Diffusa l’indignazione collettiva, ma percettivamente assuefatta. Ciò che mi lascia basita non sono gli anziani, frutto della loro epoca. E neppure le donne, oggi molto vive in un percorso di consapevolezza. Sono gli uomini. Perché gli uomini non reagiscono in massa di fronte allo scellerato virus omicida dei propri simili? Perché solo in pochi esprimono indignazione, vergogna, necessità di solidarietà verso le donne vittime di abuso e violenza? Che il problema sia molto più diffuso e latente di quanto noi tutti riusciamo a quantificare? Non urlare lo sdegno significa esser complici e tutti noi abbiamo un’immensa responsabilità: educare i nostri figli, i nostri nipoti verso il naturale rispetto che ogni essere umano deve a se stesso ed agli altri. Solo questo lento, progressivo, spontaneo processo renderà meno arduo il risanamento di una società agonizzante.

Barbara Giardiello

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