Io l'8 ogni giorno
Quanto sono complessi i rapporti umani, oggi?
Quanto spesso, dietro splendide e ben tinteggiate facciate di solidi equilibri familiari, di stabili posizioni sociali, di consolidati successi professionali, si celano mistificazioni e maleodoranti realtà?
Quanto l’ostentata sicurezza di Ego convinti si sbriciola poi dinanzi a personalità incorruttibili? E quando parlo di incorrutibilità mi riferisco alla pregevole qualità di coloro che nei rapporti umani non svendono la propria identità a ricatti morali, offese, denigrazioni, violenze.
Automaticamente ciò mi conduce col pensiero alla sfera femminile, ai soprusi che una fetta del mondo maschile, umanamente sconfitto e sentimentalmente inabile, utilizza come mezzo di ‘prigionia’, come espressione di inesistente mascolinità, come conferma di autorità. Esseri che sono inconfutabilmente sconfitti dalla vita, esseri troppo spesso malati che veicolano le loro carenze, le loro sofferenze in atti prevaricatori su compagne, mogli, amanti.
Tra pochi giorni sarà l’ennesimo 8 marzo, la festa che una leggenda narra sia stata istituita a seguito del rogo che nel 1908 uccise le operaie della fabbrica Cotton di New York.
Ufficialmente la Giornata Internazionale della Donna nacque negli Stati Uniti il 28 febbraio del 1909 ed a istituirla fu il Partito Socialista americano che organizzò una grande manifestazione in favore del diritto delle donne al voto, a quei tempi ragione di grande rivendicazione. Altre ragioni di sciopero a quei tempi erano l’aumento del salario ed il miglioramento delle condizioni di lavoro, soprattutto tra la fine del 1908 e l’inizio del 1909.
Il 25 marzo del 1911 nella fabbrica Triangle di New York si sviluppò un incendio e 146 lavoratori (per lo più donne immigrate) persero la vita. Probabilmente fu questo l’episodio che ha generato la leggenda che riconduce alla fabbrica Cotton. In ogni caso da quel momento le manifestazioni si moltiplicarono ovunque in Europa, dando vita alle giornate dedicate alla donna.
La data dell'8 marzo entrò per la prima volta nella storia della Festa della Donna nel 1917, quando le donne di San Pietroburgo scesero in piazza per chiedere la fine della guerra, dando così vita alla «rivoluzione russa di febbraio».
Nel corso degli anni la Festa della Donna ha visto mutato il suo significato. In troppe realtà, spesso provinciali, si è miseramente trasformata nella giornata della piccola trasgressione femminile, avallando la posizione di inferiorità di mogli, madri, fidanzate, cui è 'concessa' l’uscita annuale di ‘rivendicazione’: piccole orge isteriche dinanzi a spogliarelli maschili, cene esclusivamente al femminile, persino curati abbigliamenti adeguatamente provocanti.
Con la cadenza dei maledetti, frequenti, persistenti episodi di violenza che affollano le nostre cronache (femminicidi, termine sovente criticato ma che esprime degnamente il delitto: omicidio di genere; stalking; stupri; delegittimazioni sociali e familiari; soprusi ed abusi di vario genere) la sensibilità collettiva ha indotto ad un ridimensionamento del significato prettamente goliardico della Festa. Oggi si tende a vivere la Giornata dell’8 marzo attraverso manifestazioni, commemorazioni, spunti di riflessione.
Il mio invito è quello di celebrare questa data come ogni altra del nostro quotidiano: un impegno personale, per scandire ovunque i termini di un rispetto che ciascun individuo merita, al di là della diversa appartenza a sesso, lingua, religione, ceto sociale. Un impegno che noi donne dobbiamo imporci all’interno delle nostre piccole ‘società’ familiari, esigendo pari considerazione verso i figli e le figlie. Un insegnamento che dobbiamo pretendere all’interno della scuola, dove i condizionamenti sono estremi ed all’interno della quale i tipici elementi distintivi di negativà maschile stanno pericolosamente contagiando le donne (vedi i recenti episodi di bullismo). Un rispetto che dobbiamo esigere all’interno degli ambiti lavorativi, che saranno altamente qualificati e produttivi solo se composti da ambienti sanamente misti (e competenti). Ed infine il MASSIMO RISPETTO nei rapporti di coppia: non v’è amore, non v’è neppure parvenza di sentimento lì dove non v’è accettazione. Il tentativo di dominare l’altro, di controllarlo, di ‘condizionarlo’ è sintomo di insicurezza, di fragilità. Una fragilità che a volte può sfociare in violenza quando non assecondata. Ma è pure espressione di mancanza di sentimento, perché quando si ama, si ama chi si ha di fronte nella sua interezza, non si ama dunque l’immagine di ciò che si vorrebbe fosse, nell’assecondamento di ‘stereotipi femminili’ che non generano paura, minando la stabilità di quelle medesime insicurezze. Dunque il mio è un invito all’affermazione di sé, donne consapevoli, ogni giorno dell’anno. Mai più timori, gli uomini, o meglio quegli uomini, vanno abbandonati. Vanno denunciati. All’occorrenza vanno persino aiutati con gli adeguati supporti. Quindi non solo buon 8 marzo, ma buon ogni giorno e buona vita a tutte.
Barbara Giardiello








































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